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Appello contro l'introduzione della discrezionalità dell'azione penale
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Le Unioni civili e la proposta di legge "Amore Civile" - Yuri Guaiana
Redazione 12 febbraio 2013 12:11
La relazione di Yuri Guaiana - segretario nazionale di Certi Diritti - al convegno "Lo stato e le prospettive dei diritti civili: il ruolo propulsivo degli enti locali" tenutosi a Milano il 19 Gennaio 2013.

Nonostante l'imminenza delle elezioni politiche, vorrei provare a fare un ragionamento politico e non meramente elettoralistico. Occorre prendere atto che da omosessuali ed eterosessuali arrivano richieste diverse, sia pur convergenti, per quanto riguarda il diritto di famiglia. Dagli eterosessuali, infatti, viene la richiesta di riconoscere le formazioni sociali in cui si svolge la loro personalità in forme diverse da quella regolata con l'istituto del matrimonio civile, mentre dagli omosessuali, oltre a questa, viene anche, e prima di tutto, una richiesta di uguaglianza e di accesso, su di un piede di parità con gli altri cittadini, a tutti gli istituti previsti dal nostro ordinamento giuridico vedendo così riconosciuta la loro dignità e legittimata la loro affettività e, perché no, la loro sessualità.

Se si partisse laicamente da questa considerazione, noi potremmo addirittura volgere la situazione di spaventosa arretratezza italiana, dove agli omosessuali non è ancora consentito sposarsi e non esiste alcuna legge sulle unioni civili, in un vantaggio. Certo, per questo, occorrerebbe anche avere un atteggiamento meno provinciale rispetto all'estero: al posto di guardare a quanto avviene in Europa alla ricerca di modelli da adattare al caso italiano con discutibili operazioni di taglio e cucito, si dovrebbe guardare al mondo per imparare dalle esperienze fatte.

Potremmo allora trarre l'utilissima lezione che appiattire il tema delle coppie non matrimoniali sulle esigenze di quelle omosessuali, solo perché queste ultime farebbero più scandalo, e proporre quindi un'unica soluzione nella forma di un solo istituto che riconosca il maggior numero possibile di diritti e doveri alle parti, ma che non si chiami matrimonio per non urtare la sensibilità dei politici baciapile, finirebbe per scontentare tutti: gli omosessuali si vedrebbero negate proprio le loro fondamentali richieste di eguaglianza e dignità, gli eterosessuali (e gli omosessuali insieme) si vedrebbero negata la possibilità di scegliere uno o più istituti davvero diversi dal matrimonio civile e più flessibili dello stesso.

L'arretratezza italiana, allora, è un vantaggio, da non sottovalutare assolutamente, poiché offre un terreno quasi vergine sul quale costruire una riforma complessiva del diritto di famiglia capace di soddisfare le esigenze di tutti, unificare finalmente le norme già esistenti in tema di diritto di famiglia e dare così luogo a un'unica e organica legislazione. La lezione inglese, francese, ma anche tedesca, dove lelebenspartnerschaft dal 2001 ad oggi sono diventate sempre più simili a un matrimonio civile, sono particolarmente istruttive. Una riforma complessiva del diritto di famiglia permetterebbe inoltre di ripulire la materia da tutte quelle disposizioni di legge sopravvissute alle ragioni per cui erano state scritte e divenute pertanto del tutto illogiche e anacronistiche.

Quali caratteristiche dovrebbe avere una riforma complessiva del diritto di famiglia? Innanzitutto, si deve evitare l'omologazione tra istituti e diverse forme di convivenza per consentire a ciascuno di scegliere liberamente tra il matrimonio civile, varie forme di convivenza formalizzata e la convivenza non regolamentata. Ogni fattispecie concede un diverso grado di libertà nella determinazione dell'aspetto dei reciproci rapporti. Questa caratteristica viene fatta propria dalla proposta di legge Amore Civile, elaborata nel corso del 2008 da diversi giuristi, sociologi, psicologi, membri di associazioni legate alle problematiche famigliari e depositata in Parlamento. Con essa gli spazi di libertà e diversità (ricchezza) del diritto di famiglia sono finalmente ampliati, venendo meno il regime di «monopolio» del matrimonio civile.

Due persone che si amino e volessero attribuire l'uno all'altro il ruolo più importante nella propria esistenza, potrebbero, secondo le loro preferenze, contrarre un matrimonio civile o stipulare una libera unione, con analoghi effetti. Se invece essi non gradissero un'unione di tal tipo, ma desiderassero che la collettività riconoscesse un legame meno intenso attribuendo comunque a esso determinati effetti, potrebbero stipulare un'intesa di solidarietà che comprenda anche da più di due persone. Se, infine, individui anche già legati in matrimoni, unioni o intese volessero partecipare a un progetto più ampio, riunendosi ad altre persone grazie a regole comunemente accettate, potrebbero ricorrere alla comunità intenzionale.

Inoltre, occorre menzionare esplicitamente l'irrilevanza dell'orientamento sessuale in tutti gli istituti creati dalla riforma, compreso il matrimonio civile, per evitare dubbi sul l'interpretazione futura della riforma e, soprattutto, per rispondere alla richiesta delle coppie omosessuali di ottenere una legittimazione primaria.

Infine, è assolutamente necessario evitare gli appesantimenti di natura burocratica, sia nella fase costitutiva - per la quale basterebbe la registrazione della coppia presso un ufficio comunale così da dare rilevanza sociale a una scelta, senza i costi eccessivi che comporterebbe il recarsi da un notaio - sia in quella di cessazione, evitando le lungaggini ben conosciute dai coniugi che devono aspettare tre anni, nella migliore delle ipotesi, per ottenere il divorzio.

Ma vediamo più nel dettaglio i diversi istituti. Il matrimonio egualitario permetterebbe di applicare il principio di uguaglianza. Esso permetterebbe anche di ribadire la distinzione tra diritto civile e canonico, quindi la laicità dello Stato. Il primo passo, in questa materia, fu fatto con il divorzio, il secondo, per una separazione definitiva, può essere fatto solo con il matrimonio egualitario.

Io condivido l'opinione per la quale sarebbe opportuno esplicitare che la diversità di sesso non è necessaria per contrarre matrimonio nello spazio lasciato libero dall'abrogato articolo 91 del codice civile. Tale articolo disciplinava i matrimoni tra persone di diversa razza o nazionalità, richiamando altri pregiudizi e discriminazioni. Pertanto, l'utilizzo di questo spazio per sancire la definitiva neutralizzazione dell'istituto del matrimonio civile anche in termini di genere, permetterebbe di riqualificarlo simbolicamente.

In un'ottica di semplificazione sarebbe bene evitare l'obbligo, per ciascun coniuge, di aggiungere al proprio il cognome dell'altro. Ciò, come ha ben spiegato Bruno de Filippis, realizzerebbe la parità fra i coniugi, ma non risponde ad alcuna reale esigenza della società attuale e, appesantirebbe le pratiche di divorzio con inutili cambi di documenti e adempimenti amministrativi.

Una volta avuto accesso al matrimonio civile, è evidente che le coppie omosessuali potrebbero senz'altro accedere alle adozioni nazionali e internazionali, nonostante il dibattito pubblico italiano continui a distinguere le due cose. Stralciare il tema delle adozioni equivarrebbe a vanificare l'attuazione del principio costituzionale di uguaglianza e quindi l'essenza stessa del matrimonio egualitario. Norme specifiche sarebbero invece necessarie per regolare la cosiddetta stepchild adoption, l'adozione del secondo genitore. Necessaria sarebbe anche una modifica della legge 40 sulla procreazione assistita.

Quanto alle unioni libere, loro caratteristica è proprio quella di lasciar, entro determinati limiti, scegliere il contenuto del proprio patto matrimoniale. Come si legge nella proposta di legge Amore Civile, "i liberi consorti sono tali perché possono stabilire obblighi di assistenza diversi da quelli previsti dal codice civile e possono escludere l'obbligo di coabitazione. Essi sono liberi di stipulare accordi in vista di un possibile divorzio (accordi già possibili in molti Paesi, ma assolutamente vietati in Italia) e indicare i princìpi guida per lo svolgimento della loro vita comune. Esse sono "un vestito confezionato su misura", che le coppie scelgono liberamente per sé, unico e diverso da tutti gli altri, pur disegnato nell'alveo di un modello generale, con i conseguenti limiti".
Gli accordi delle coppie sono, per esempio, nulli se non rispettano il principio di parità tra gli sposi e di reciprocità di diritti e di doveri.
Occorre però sottolineare che il semplice riconoscimento legale degli accordi di convivenza non basterebbe poiché non garantirebbe un riconoscimento nell'ambito delle politiche sociali, delle abitazioni, dei servizi, della sanità. La normativa deve prevedere anche la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno o l'acquisto della cittadinanza per il libero consorte straniero. Anche i liberi consorti dovrebbero avere pieno accesso alle adozioni nazionali e internazionali, nonché alla stepchild adoption e alle rivisitate norme sulla procreazione assistita.

Le intese di solidarietà saranno invece possibili tra due o più persone, senza implicare un'unione sessuale e determinando, rispetto all'unione matrimoniale o libera, conseguenze ridotte. Come si legge in Amore Civile, "coloro che sottoscrivono queste intese intendono attribuirsi reciprocamente un ruolo nelle proprie relazioni umane ed affettive, nonché nelle vicende di vita quotidiana" e nulla di più.

Del tutto diverse sono infine le comunità intenzionali, le quali vanno incontro alle esigenze di vicinanza e di comunità di gruppi di persone. Esse estendono la sfera della solidarietà sociale e ampliano le possibilità dei cittadini di vivere insieme e di condividere progetti o ideali. Le comunità, scrivono i relatori dellaproposta di legge, "non sono 'famiglie', ma s'inseriscono nello spazio esistente tra la coppia e la comunità generale. Dopo l'affievolimento e la sostanziale scomparsa della parentela manca, nelle società moderne, la possibilità di estendere il concetto di appartenenza oltre il 'sé' immediato e della famiglia puramente atomistica. Tra l'individuo e la comunità generale (umanità, patria, nazione) non vi è nulla. Riconoscendo le comunità intenzionali è possibile che più persone, con gli stessi ideali e progetti, realizzino contrattualmente un'unione economica e solidaristica, regolata per legge e perciò trasparente e immediatamente reversibile".