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Palestina 2002
Redazione 2 aprile 2002 0:4
Comunicato dei Giuristi Democratici - 2 aprile 2002

Quello che sta accadendo in Medio Oriente ed in particolare in Palestina
costituisce uno degli attacchi più brutali e senza precedenti ad una
popolazione ormai allo stremo e al suo legittimo rappresentante, Yasser Arafat,
che proprio la comunità internazionale ha insignito del Premio Nobel per la
pace, riconoscendone l'impegno per la pacifica convivenza di due popoli,
entrambi portatori del diritto ad una esistenza libera e pacifica.
Come Giuristi non possiamo però ignorare che in questa vicenda si sta
delineando drammaticamente la inefficacia degli strumenti di diritto
internazionale, dalle Convenzioni sui diritti umani al ruolo
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, incapace quest'ultima di dare
effettività alle risoluzioni con le quali è stato chiesto il ritiro
dell'esercito di Israele dalla terra di Palestina.
Il diritto comune delle genti, quello cioè che aspira ad affermare le ragioni
del dialogo e della tolleranza, del rispetto dei popoli e della loro
indipendenza, chiede da tempo che cessi l'occupazione illegittima dei territori
palestinesi.
Ma di fronte al diritto violato la Comunità internazionale non riesce, o non
vuole, trovare strumenti efficaci per dare attuazione a ciò che essa stessa ha
affermato.
Le immagini e le notizie di Arafat impossibilitato a ricevere interlocutori
internazionali e dei pacifisti allontanati con le armi rappresentano il
superamento di quel limite oltre il quale la ragione e il diritto appaiono
parole vuote, e la forza domina sovrana.
Dobbiamo chiedere con fermezza e senza tregua che vengano rispettate le
risoluzioni dell'Onu che riconoscono lo Stato di Palestina, unica soluzione per
la pacifica convivenza di due popoli a cui si vuole negare una prospettiva
diversa dalla guerra, ma anche banco di prova della reale volontà di pace di
governanti che disconoscono, giorno dopo giorno, le più elementari regole di
convivenza.
Dobbiamo pretendere che l'Organizzazione delle Nazioni Unite intervenga in
esecuzione del mandato conferito e si interponga con ogni strumento per far
cessare l'aggressione e ogni forma di violenza, in Palestina come altrove .
Dobbiamo imporre che la cultura della pace e del riconoscimento reciproco
regoli i rapporti tra i popoli, assurdamente divisi tra stati " canaglia" e
stati " amici ", a seconda delle opportunità politiche ed economiche del
momento.
Dobbiamo renderci conto che la negazione del diritto di esistere alla
Palestina può rappresentare oggi una scelta politica di non ritorno, la
cessazione di un seppur tenue aggancio all'idea di una legalità internazionale.
Per questo come Giuristi democratici chiediamo la mobilitazione di tutte le
forze democratiche perchè venga assicurata l'esistenza dello Stato Palestinese
e salvata la vita del Presidente Arafat.




Appello giuristi europei
Appel des avocats, magistrats et juristes européennes

POUR UNE PAIX JUSTE ET IMMEDIATE AU PROCHE-ORIENT



Nous, avocats, magistrats, juristes, sommes bouleversés et indignés par les
développements chaque jour plus dramatiques de la situation en Israël et dans
les territoires palestiniens occupés par Israël.

L'idée de paix entre Palestiniens et Israéliens, qui avait émergé entre 1993 et
2000, ne semble plus être aujourd'hui qu'un souvenir.

Par la force, le gouvernement et l'armée d'Israël imposent chaque jour des
conditions d'existence plus inhumaines aux Palestiniens de Gaza et de
Cisjordanie. Le Premier Ministre israélien Ariel Sharon en est le principal
responsable, lui qui parle du processus d'Oslo comme de " la pire catastrophe "
qui soit arrivée à Israël.

Cette politique est également criminelle vis-à-vis du peuple israélien, qui
paye le prix de l'occupation par la mort de civils innocents lors d'attentats
aveugles, car les Israéliens ne peuvent espérer vivre dans la paix et la
sécurité en conduisant un peuple au désespoir.

Nous sommes de plus inquiets des retombées néfastes de ce conflit sur les
relations entre citoyens juifs et arabes au sein de l'Union Européenne. Pour
notre part, nous voulons montrer l'exemple du dialogue et de l'échange, surtout
aux jeunes, en les mobilisant par un combat citoyen commun contre toutes les
formes de racisme. De même que nous disons aux européens d'origine arabe ou
musulmane que leurs concitoyens d'origine juive ne sont pas responsables des
malheurs des Palestiniens, nous disons aux européens d'origine juive, et plus
généralement à l'ensemble de l'opinion publique, que critiquer la politique
israélienne n'est pas faire preuve d'antisémitisme.

Nous en appelons :

- à tous les membres des sociétés israélienne et palestinienne qui ont su faire
entendre leurs aspirations à la paix ces dernières années sur la scène
internationale,

- à tous les européens amis des peuples palestinien et israélien désireux de
voir la paix s'installer au Proche-Orient.

Nous demandons :

- le respect des principes et résolutions des Nations-Unies, ainsi que des
Conventions de Genève,

- une force d'interposition internationale,

- le démantèlement des implantations de colons israéliens et le retrait
immédiat de l'armée israélienne des territoires occupés en 1967,

- l'établissement d'un Etat palestinien à côté de l'Etat d'Israël, dans le
respect mutuel des droits et des aspirations légitimes des deux peuples.

Ni les peuples européens, ni ses dirigeants, ne peuvent rester indifférents au
drame qui se passe de l'autre côté de la Méditerranée. Nous devons exiger de
nos Etats respectifs de saisir immédiatement le Conseil de sécurité et
l'Assemblée générale de l'ONU pour faire cesser les violations patentes et
avérées du droit international humanitaire à l'égard du peuple palestinien.
N'oublions pas que l'Article premier commun aux conventions de Genève de 1949
et à leur protocole additionnel 1 de 1997 stipule que chaque Haute Partie
contractante, c'est-à-dire chaque nation concernée, a " l'obligation de faire
respecter le droit international humanitaire " et qu'elle " est tenue de
prendre des mesures en toutes circonstances à l'égard de toute autre Haute
Partie contractante qui ne le respecterait pas ".


Palestina maggio 2002
Una delegazione composta da Domenico Gallo, magistrato, e Fabio Marcelli, primo ricercatore presso l'Istituto di studi giuridici internazionali del CNR, si è recata in Israele e Palestina dal 2 al 7 maggio c.a. per conto dell'Associazione internazionale dei giuristi democratici, dell'Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti umani nel mondo e del Coordinamento dei giuristi democratici italiani.
La delegazione ha avuto modo di incontrare vari giuristi e parlamentari sia
israeliani che palestinesi, di recarsi a Jenin e in altre località colpite dagli avvenimenti di aprile, nonché di essere ricevuta dal Presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Yasser Arafat.
La situazione è estremamente grave. Con l'operazione "muro di difesa",
lanciata dalle Forze armate Israeliane il 30 marzo scorso e non ancora conclusa, la massiccia violazione di ogni diritto fondamentale della popolazione palestinese,già da tempo confinata in zone ristrette, è stata accompagnata dal chiaro tentativo di distruggere le infrastrutture
civili, da ogni sorta di abusi e in alcuni casi da veri e propri crimini di guerra e contro l'umanità, come risulta documentato anche dai primi rapporti redatti da Amnesty International e da Human Rights Whatch. Particolarmente preoccupante appare la condizione di migliaia di Palestinesi ancora rinchiusi nei campi di detenzione in condizioni disumane e senza che vengano loro assicurate le garanzie del diritto alla difesa.
Data tale situazione, appare estremamente lontana e difficile una soluzione pacifica e si registra, da entrambe le parti, un terrorismo cieco ed indiscriminato che colpisce principalmente la popolazione civile, finendo per alimentare all'infinito il ciclo delle vendette e delle ritorsioni reciproche.
Non può tuttavia ignorarsi che la causa primaria di tale situazione e la
fonte originaria di ogni violenza è il permanere dell'illegittima occupazione militare israeliana, che costituisce di per sé una grave violazione del diritto internazionale, strangola il popolo palestinese e corrompe il popolo israeliano. Appare evidente la volontà del governo Sharon di impedire la nascita di uno Stato palestinese e di annettere la maggior
parte dei territori, perpetuando l'intollerabile condizione di oppressione
vissuta dai Palestinesi.
Deve essere pertanto ribadita con forza l'esigenza che sia data attuazione alle deliberazioni dell'ONU,attraverso lo smantellamento delle colonie, il ritiro di Israele dai territori occupati nella guerra del 1967 e la definizione di uno status internazionalmente garantito per Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Nel frattempo è indispensabile che il ciclo della violenza venga interrotto attraverso lo schieramento di una forza di
interposizione delle Nazioni Unite che garantisca la sicurezza di tutti ed il ritorno ad una condizione di vita normale nei territori occupati.
I giuristi devono ribadire e concretizzare il loro impegno per il rispetto del diritto e per la tutela dei diritti umani, con particolare riguardo alla condizione dei prigionieri e all'accertamento e repressione dei crimini, da chiunque commessi, in ogni sede possibile.
Un programma di lavoro in questo senso è stato stabilito con organizzazioni di giuristi israeliane e palestinesi.
Roma 8 maggio 2002
Domenico Gallo Fabio Marcelli

Prigionieri politici palestinesi - convegno de Il Cairo, agosto 2002
Il comunicato dei giuristi che hanno partecipato al convegno de Il Cairo del 6 e 7 agosto 2002 organizzato dall'Associazione internazionale dei giuristi democratici e dall'Unione dei giuristi arabi

I giuristi sulla situazione dei prigionieri politici palestinesi e in
particolare di Marwan Barghouti

Abbiamo partecipato al convegno svoltosi al Cairo il 6 e 7 agosto sul
tema dei prigionieri politici palestinesi su iniziativa dell'Associazione
internazionale dei giuristi democratici e dell'Unione dei giuristi arabi.

Tale convegno ha registrato la presenza di decine di giuristi provenienti
dai Paesi arabi e del resto del mondo, nonché quella del segretario generale
della Lega araba Amr Moussa e si è concluso con un appello a tutti i giuristi
del mondo affinché si mobilitino per la garanzia dei diritti dei prigionieri
politici palestinesi e con la decisione di procedere alla costituzione di un
comitato che segua il processo a Marwan Barghouti

La situazione dei prigionieri politici palestinesi appare estremamente
preoccupante. Si tratta di circa diecimila persone, fra i quali molti
minorenni, reclusi in condizioni di negazione della dignità umana e di
privazione dei più elementari diritti, fra i quali quello ad essere informati
sulle ragioni della detenzione e a un giusto processo.

Non v'è dubbio che ciò rappresenti una chiara violazione, da parte del
governo israeliano, di importanti accordi internazionali, quali il Patto
internazionale dei diritti civili e politici, la IV Convenzione di Ginevra e la
Convenzione contro la tortura.

Particolarmente emblematica è poi la situazione di Marwan Barghouti,
rapito nei territori palestinesi, recluso poi in vari campi e sottoposto a
maltrattamenti e vere e proprie torture, nel tentativo, non riuscito, compiuto
da settori dell'intelligence israeliana legati a Sharon, di attribuirgli la
responsabilità di atti di terrorismo.

In questo caso infatti si aggiungono ulteriori violazioni, da parte delle
autorità israeliane, del diritto internazionale, in particolare dell'integrità
territoriale della Palestina e dello spirito e della lettera degli accordi di
Oslo.

La liberazione di Marwan Barghouti, leader riconosciuto dell'Intifada e
del popolo palestinese, assume del resto, nell'attuale situazione, carattere di
presupposto indispensabile per una soluzione pacifica del problema
israelo-palestinese, basato sull'istituzione di due Stati coesistenti e
cooperanti.

Saremo pertanto presenti, insieme ad altre delegazioni di giuristi
italiani e internazionali e altri osservatori, alle prossime udienze del
processo, nell'intento di assicurare il necessario controllo internazionale su
di esso e di garantire il rispetto del diritto.

Desi Bruno, Fausto Gianelli, Fabio Marcelli, Giuliano Pisapia, Luigi
Saraceni


Lettera dei Giuristi Democratici all'ONU - ottobre 2002
Al Rappresentante Permanente
dello Stato di ________
presso
l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Roma, il ottobre 2002





Signor Rappresentante Permanente,

Il Coordinamento italiano dei Giuristi Democratici è gravemente preoccupato per la situazione di grave degenerazione che ha assunto il conflitto israelo-palestinese dopo il fallimento del processo negoziale iniziato con gli accordi di Oslo. Il conflitto, riacutizzato dal fallimento delle speranze di pace, ha precipitato i due popoli in una spirale di punizioni, vendette e rappresaglie che si alimentano a vicenda in un crescendo infinito.


In questa situazione, l'offensiva militare su vasta scala lanciata da Israele, a partire dal 29 marzo 2002, con l'operazione "muro di difesa" ha creato un vero e proprio disastro umanitario, facendo superare al conflitto una nuova soglia in termini di violazione su vasta scala dei diritti dell'uomo. Tale operazione, lungi dal facilitare una soluzione politica, l'ha resa ancora più difficile perché sono proprio le gravi e ripetute violazioni dei diritti dell'uomo, che in questo momento affliggono in modo massiccio ed indiscriminato soprattutto la popolazione palestinese, ad alimentare il conflitto e a renderlo irrisolvibile, incrementando l'odio fra le parti e l'incomprensione fra i due popoli.


Preoccupata per la gravità di questi eventi la nostra Associazione ha inviato una delegazione di due membri[1] in Israele e nei Territori Occupati, dal 2 al 7 maggio 2002. La delegazione ha avuto modo di rendersi conto in modo immediato e diretto i gravi effetti negativi dell'iniziativa militare israeliana, che è stata accompagnata dal chiaro tentativo di distruggere le infrastrutture civili, da ogni sorta di abusi e in alcuni casi da veri e propri crimini di guerra e contro l'umanità, come documentato dai recenti rapporti di Amnesty Internazionale e di Human Rights Watch. Particolarmente preoccupante è apparsa la situazione determinatasi a Jenin.


La gravità di tale situazione è stata immediatamente percepita dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, con la Risoluzione n. 1405 adottata il 19 aprile 2002 aveva incaricato il Segretario Generale delle Nazioni Unite di stabilire una Commissione per l'accertamento dei fatti.


Com'è noto tale Commissione non è stata mai attivata a cagione dell'ingiustificato rifiuto del Governo israeliano a cooperare con la Commissione medesima. Inspiegabilmente il Consiglio di Sicurezza ha omesso di adottare delle sanzioni per rendere attuabile la Risoluzione 1405. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, invece, riunita nella sua decima sessione speciale di emergenza il 7 maggio 2002, con la Risoluzione ES - 10/10, ha condannato il rifiuto di Israele di cooperare con la Commissione di accertamento dei fatti ed ha chiesto al Segretario Generale di redigere un rapporto da sottoporre all'Assemblea relativo alle atrocità ed ai crimini di guerra commessi dalle forze armate israeliane. Tale rapporto è stato consegnato dal Segretario Generale in data 30 luglio 2002.


Malgrado la mancata implementazione della Commissione di accertamento dei fatti dell'ONU, alcuni avvenimenti accaduti a Jenin sono stati documentati, in modo incontestabile dalla stampa internazionale e dagli osservatori inviati da numerose organizzazioni non governative attive nel campo della protezione dei diritti umani, tanto da potersi considerare pacificamente accertati.


In particolare dalle fotografie e riprese televisive diffuse sui network internazionali e dal rapporto redatto dalla ONG americana Human Rights Watch[2], emerge che almeno 140 edifici, nella maggior parte dei quali dimoravano più famiglie, sono stati completamente distrutti e rasi al suolo dai buldozer israeliani, in aggiunta oltre 200 edifici sono stati seriamente danneggiati. Tale accertamento è stato confermato anche dal rapporto del Segretario Generale della Nazioni Unite, che ha stimato in 150 il numero degli edifici abbattuti.


Le distruzioni si sono concentrate soprattutto nel distretto di Hawashin dove più di 100 abitazioni sono state rase al suolo, come si evince chiaramente dalla mappa[3] radatta da Human Rights Watch che alleghiamo alla presente lettera.


Come risulta evidente dall'esame dello stato dei luoghi, le demolizioni di abitazioni private non si sono limitate all'allargamento delle strade o all'abbattimento degli ostacoli per consentire l'accesso e l'operatività dei carri armati e degli altri mezzi corazzati durante lo svolgimento delle operazioni militari, ma hanno comportato la completa demolizione di una intera area urbana.


Si tratta della stessa area dove il 9 aprile, nel corso di una imboscata, 13 soldati israeliani hanno perso la vita. La distruzione è stata effettuata dopo che le operazioni militari erano quasi completamente cessate ed ha lasciato senza tetto circa 4000 persone.


Tali fatti sono assolutamente pacifici, tanto che il rapporto di Human Rights Watch ipotizza che il compito della Commissione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite sarebbe stato solo quello di stabilire se una distruzione così vasta e così eccedente le necessità delle operazioni militari, costituisca una distruzione arbitraria o un crimine di guerra.


Dal punto di vista del diritto internazionale, non v'è dubbio che i fatti come sopra descritti costituiscono una palese violazione delle obbligazioni che vincolano Israele, quale Potenza occupante, in particolare costituiscono una grave infrazione delle norme della IV Convenzione di Ginevra del 18 agosto 1949.


Infatti, dal momento che Israele ha occupato la Cisgiordania e Gaza fin dal giugno del 1967, le persone che vivono in questi territori devono essere considerate "persone protette" ai sensi della suddetta Convenzione.


Sebbene il Governo di Israele, accampando pretesti vari rifiuti di considerarsi formalmente vincolato al rispetto della IV Convenzione di Ginevra, non v'è dubbio che tale Convenzione si applichi anche ai Territori Occupati, come ribadito più volte dal Consiglio di Sicurezza (con le Risoluzioni n. 465, 468, 469, 607) e, da ultimo, dall'Assemblea Generale con la Risoluzione n. 55/131 del 8 dicembre 2000.


A questo riguardo occorre prendere in considerazione le norme di cui all'art. 33, all'art. 53 e all'art. 147 della IV Convenzione


L'art. 33 recita:


"Nessuna persona protetta può essere punita per una infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura di intimidazione o di terrorismo sono vietate. E' proibito il saccheggio. Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni."


L'art. 53 recita:


"E' vietato alla Potenza occupante di distruggere beni mobili o immobili appartenenti individualmente o collettivamente a persone private, allo Stato o a Enti pubblici, a organizzazioni sociali o cooperative, salvo nel caso in cui tali distruzioni fossero rese assolutamente necessarie dalle operazioni militari."


L'art. 147 recita:


"Le infrazioni gravi indicate nell'articolo precedente sono quelle che implicano l'uno o l'altro dei seguenti atti, se commessi contro persone o beni protetti dalla Convenzione: l'omicidio intenzionale, la tortura, i trattamenti inumani (..) la distruzione e l'appropriazione di beni non giustificate da necessità militari e compiute in grande proporzione ricorrendo a mezzi illeciti ed arbitrari."


La Convenzione, pertanto, proibisce ogni forma di distruzione di beni e proprietà appartenenti alla persone protette, salvo il caso che ciò sia assolutamente necessario per il compimento delle operazioni militari in corso.


L'esigenza di effettuare una operazione militare non può perciò giustificare distruzioni arbitrarie o sproporzionate rispetto al vantaggio militare, tantomeno può giustificare il ricorso a forme di rappresaglia o di punizione collettiva nei confronti delle persone protette, come avviene nel caso in cui si rade al suolo un intero quartiere per rappresaglia contro atti di resistenza armati.


Quando le distruzioni di beni e proprietà non costituiscono un fatto isolato, ma vengono praticate in grande proporzione e non sono giustificate da esigenze militari, esse costituiscono una grave infrazione della IV Convenzione, come specificato dall'art. 147.


Essendo, pertanto, pacifici i fatti relativi alle massicce distruzioni di beni compiute dall'esercito israeliano in Jenin ed essendo evidente che tali fatti integrano una grave violazione della IV Convenzione di Ginevra, sorge il problema di considerare quali rimedi appresta il diritto internazionale per riparare a violazioni di tale genere.


Fermo restando l'obbligo di tutti gli Stati parti della Convenzione di assicurare alla giustizia gli individui responsabili di tali violazioni, rimane il problema di eliminare le conseguenze dannose di tali fatti per la popolazione protetta.


Non v'è dubbio che tutti gli Stati parti della IV Convenzione (compreso Israele) hanno l'obbligo di porre fine e di reprimere il più rapidamente possibile la violazioni accertate della medesima Convenzione, adottando le misure del caso, ivi compreso il ricorso alle sanzioni nei confronti della Potenza occupante che rifiuta di adempiere alle proprie obbligazioni. Nell'ambito di queste obbligazioni rientra - in base ai principi generali del diritto - il dovere del risarcimento dei danni nei confronti dei singoli e delle comunità vittime dei comportamenti illegittimi dei belligeranti


Nel caso di Israele e dei Territori Occupati non è possibile instaurare il meccanismo di inchiesta, volto all'accertamento ed alla repressione delle gravi violazioni, delineato dall'art. 149 della IV Convenzione, mentre il meccanismo sostituitivo, delineato dalla Risoluzione 1405 del Consiglio di Sicurezza, è rimasto inoperante per l'ingiustificato rifiuto di cooperare opposto dal Governo di Israele.


E' interesse, tuttavia, della Comunità internazionale ottenere da tutte le parti coinvolte nel conflitto israeliano-palestinese il rispetto rigoroso delle norme del diritto bellico umanitario, anche sotto il profilo della riparazione dei torti che sono stati commessi dai belligeranti.


Se è evidente, infatti, che la soluzione del conflitto non può che essere politica, è anche evidente che la pace non può essere ottenuta senza giustizia o addirittura al prezzo della giustizia. E la giustizia non postula vendette ma richiede che i torti vengano riparati.


Stante la situazione di stallo e di incertezza giuridica che si è creata a seguito del rifiuto di Israele di cooperare con l'ONU per l'accertamento dei fatti, appare utile ed opportuno interpellare la massima istanza di giustizia del sistema delle Nazioni Unite, la Corte Internazionale di Giustizia, per ottenere una pronunzia che chiarisca quali sono le obbligazioni gravanti sulle parti.


Pertanto noi Le rivolgiamo un pressante appello perchè, nella sua qualità di Rappresentante di uno Stato Membro dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, suggerisca all'Assemblea Generale di richiedere alla Corte Internazionale di Giustizia, ai sensi dell'art. 96 della Carta, un parere consultivo, introducendo un quesito che potrebbe essere formulato in questo modo:


1. Le distruzioni su vasta scala di case e proprietà pubbliche e private effettuate nel campo profughi di Jenin, ed in particolare nel distretto di Hawashin, dall'esercito israeliano durante le operazioni militari compiute dal 3 al 15 aprile 2002 costituiscono delle gravi infrazioni alla IV Convenzione di Ginevra del 1949 e/o delle altre norme che regolano i conflitti armati?


2. Alla luce delle obbligazioni derivanti dal diritto internazionale dei conflitti armati, ed in particolare dalla IV Convenzione di Ginevra del 1949, lo Stato di Israele è obbligato a risarcire i danni provocati dalle distruzioni di cui sopra?





Confidando che il Suo Governo condividerà con noi la preoccupazione di moderare il conflitto ristabilendo il rispetto dei diritti dell'uomo, e che vorrà interpellare la Corte Internazionale di Giustizia richiedendo un parere consultivo sulle questione che Le abbiamo proposto, La preghiamo di accettare, Signor Rappresentante Permanente, l'espressione dei nostri sentimenti più devoti.

il Coordinamento