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Processo per i fatti di Gdeim Izik - Saharawi
Redazione 27 marzo 2017 11:58
Report delle udienze del 13 e 14 Marzo 2017, Corte d’Appello Penale di Rabat, Marocco.


Una delegazione italiana di osservatori internazionali, composta dai Giuristi Democratici Margherita D’Andrea e Fabio Marcelli, ha assistito a due udienze del processo sui fatti di Gdim Izik, promosso dinanzi alla Corte d’Appello di Rabat il 13 e 14 Marzo del 2017. La delegazione si trovava altresì in rappresentanza dell’Associazione europea dei giuristi per la democrazia e i diritti umani nel mondo e dell’Associazione internazionale dei giuristi democratici. Il processo ha visto la presenza di un alto numero di osservatori internazionali, provenienti tra l’altro da Francia, Spagna, Italia, Danimarca, Portogallo.


I fatti sono noti. Nel novembre del 2010 le forze di sicurezza marocchine repressero una protesta di massa di oltre 20.000 persone nel campo di Gdeim Izlik, non lontano dalla capitale del territorio occupato del Sahara Occidentale El Aioun, sgomberandolo con l’uso della violenza. Il Governo marocchino sostenne che 11 agenti di sicurezza erano stati assassinati nel corso dell’operazione, e nei giorni successivi fece arrestare 25 tra attivisti e leaders politici Saharawi. Ne seguirono pesanti condanne carcerarie, disposte dal Tribunale Militare Marocchino di Rabat, il 23 febbraio del 2013. In particolare, nove tra loro furono condannati all’ergastolo, per altri quattordici il Tribunale decise una condanna tra i 20 e i 30 anni, mentre per altri due fu tenuto conto di quanto precedentemente scontato in termini di custodia cautelare in carcere, 2 anni.


Tale decisione fu successivamente ribaltata dalla Corte Suprema del Marocco. Nella propria pronuncia, riguardante in particolare il caso di uno tra gli attivisti processati, la Corte notò che la sentenza emessa dal Tribunale Militare “nemmeno conteneva il nome delle vittime”, che nessuna autopsia era stata disposta sul loro corpo e nessuna relazione era possibile rilevare tra il decesso degli agenti e le attività svolte dagli imputati. Infine, il processo dinanzi al Tribunale Militare venne considerato nullo in forza di una legge, promulgata nel luglio del 2015, che stabiliva la competenza del Tribunale civile in casi del genere.
La Suprema Corte ordinò pertanto di riassumere il giudizio dinanzi alla Corte d’Appello Civile. Non è tuttavia ancora chiaro se si tratti di un primo ovvero di un secondo grado, e tale ambiguità incide sui diritti degli imputati. Inoltre, gli elementi probatori più importanti, già portati all’attenzione del Tribunale Militare, sono costituiti da confessioni estorte attraverso tortura - come accertato dal Comitato ONU contro la Tortura-, e da un video di fonte incerta, contenente le immagini delle presunte vittime.


Le udienze di marzo 2017 sono state dedicate all’esame di alcuni degli imputati, che hanno decisamente negato le accuse di omicidio degli agenti di sicurezza ed altri agenti dello Stato, confermando di aver subito torture, e di essere stati obbligati a firmare le confessioni su fogli di carta in bianco. Uno degli imputati ha poi denunciato di esser stato violentato da alcuni soldati durante l’attacco al campo. Infine, l’esame dei testimoni delle parti civili - introdotti nel mezzo del giudizio, senza alcuna possibilità per la difesa di conoscerne preventivamente i profili-  è stato rinviato ad altra futura udienza del dibattimento.
Benché la Corte d’Appello abbia espresso la volontà di operare nel rispetto delle garanzie fondamentali del processo, occorre sottolineare alcune plateali violazioni delle stesse, come ad esempio la mancata acquisizione di perizia medico-legale che accerti la presenza di segni di tortura sugli imputati, nonché il rigetto, privo di motivazione, di libertà provvisoria in favore degli stessi.
Pertanto, è possibile avanzare alcuni dubbi in ordine alla volontà e alla possibilità effettiva del Potere giudiziario del Marocco di garantire alcuni tra i principi basilari del processo penale. Ciò impone di intensificare la pressione internazionale, attraverso la presenza nel giudizio di sempre più numerosi osservatori.
La natura eminentemente politica di tale processo rende fondamentale il rispetto assoluto degli standards internazionali. Allo stesso tempo, occorre riaffermare con forza la necessità di una soluzione politica pacifica della questione del Sahara Occidentale, attraverso il pieno ed effettivo esercizio del diritto di autodeterminazione per il popolo Saharawi.


Margherita D’Andrea, Fabio Marcelli                                                 

Roma/ Napoli 21 Marzo 2017