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Il processo Olivetti nelle parole di Roberto Lamacchia e Giovanni Avonto
Redazione 29 luglio 2016 17:2
Si è concluso avanti il Tribunale monocratico di Ivrea il processo per omicidio colposo e lesioni a carico di 17 amministratori e dirigenti di Olivetti per morti e lesioni dovute all'insorgenza di mesotelioma pleurico. La sentenza, le cui motivazioni saranno depositate a ottobre, ha condannato 13 imputati, tra cui Carlo e Franco De Benedetti, a pene variabili tra i 5 anni e 2 mesi ed 1 anno di reclusione, con condanne risarcitorie in favore delle vittime e delle loro famiglie, nonchè di enti (Comune di Ivrea, Comunità Montana ecc.) e di organizzazioni sindacali.
In attesa delle motivazioni della sentenza, pubblichiamo le riflessioni dell'Avv. Roberto Lamacchia, Presidente dell'Associazione Nazionale Giuristi Democratici, difensore di parte civile e di Giovanni Avonto, storico sindacalista della Fim-Cisl torinese, che ha seguito tutto il processo.

Si è concluso avanti il Tribunale monocratico di Ivrea il processo per omicidio colposo e lesioni a carico di 17 amministratori e dirigenti di Olivetti per morti e lesioni dovute all'insorgenza di mesotelioma pleurico. La sentenza, le cui motivazioni saranno depositate a ottobre, ha condannato 13 imputati, tra cui Carlo e Franco De Benedetti, a pene variabili tra i 5 anni e 2 mesi dei due fratelli ad 1 anno di reclusione, con condanne risarcitorie in favore delle vittime e delle loro famiglie, nonchè di enti (Comune di Ivrea, Comunità Montana ecc.) e di organizzazioni sindacali (che io assistevo).

Si è trattato di un processo particolarmente difficile, perchè la forza di fuoco messa in campo dalle difese era veramente notevole ed inoltre, a differenza di quanto era avvenuto per Eternit, ove la popolazione di Casale era schierata compattamente contro gli imputati, ad Ivrea si viveva un clima diverso, figlio di quell'attaccamento alla diversità della fabbrica Olivetti rispetto al capitalismo consueto, che aveva portato a sottovalutare l'importanza del processo.
Il tema delle morti da amianto sta interessando da anni dottrina e giurisprudenza; la lobby dell'amianto, ancora forte, ha messo in campo ogni iniziativa anche a livello scientifico per rendere impossibile celebrare questi processi; l'ultima arringa difensiva del legale di Telecom, chiamata come responsabile civile nel processo, era volta esattamente in questa direzione: questi processi non si devono mai più celebrare, per l'impossibilità di determinare le responsabilità, alla luce del fatto che non appare possibile individuare il momento in cui è iniziato il percorso cancerogeno ed il momento in cui esso si è concluso; dunque, affermava il difensore di Telecom, le vittime facciano, se lo ritengono, causa civile.
Questa sentenza, resa in situazione molto difficile, ci aiuterà a tenere ferma la nostra posizione sulle responsabilità di amministratori e dirigenti per il mancato controllo e per il mancato intervento a protezione e tutela dei lavoratori.
Vorrei allegare a questo mio breve commento, anche un interessante intervento di Giovanni Avonto, storico sindacalista della Fim-Cisl torinese, che ha seguito tutto il processo e che ci offre un quadro storico dell'involuzione della fabbrica, considerata, a quei tempi, il fiore all'occhiello di un capitalismo dal volto umano.
Ringrazio Giovanni Avonto per il contributo e per l'autorizzazione alla diffusione del suo scritto.
 
Avv. Roberto Lamacchia
Presidente Associazione Nazionale Giuristi Democratici
 
 
 

Un "santuario" del lavoro dissipato da insipienza e incuria

Annotazioni e riflessioni sul processo Olivetti amianto

di Giovanni Avonto

Il processo di primo grado sull'amianto in Olivetti si è rapidamente concluso (durata sei mesi) con tredici condanne, quattro assoluzioni, e quasi 36 anni totali di reclusione.

 

Il tribunale di Ivrea ha avallato quasi in toto la linea portata avanti dalla accusa durante il dibattimento. Il procedimento penale è stato il risultato di un'inchiesta dei pubblici ministeri sui lavoratori dell'Olivetti di Ivrea e Canavese, morti o ammalatisi, per esposizione alle fibre di asbesto; questo primo processo ha riguardato i casi di tredici ex dipendenti deceduti e due colpiti da malattia, svolgendo specifiche mansioni in particolare all'interno degli stabilimenti di Ivrea, Aglié, Scarmagno.

 

Ha ragione Carlo Della Pepa, sindaco di Ivrea e principale sostenitore del riconoscimento Unesco per quel patrimonio d'impresa che divenne un "luogo cult" per il lavoro: con questo processo si è fatta pulizia intorno ai reperti della storia Olivetti, togliendo quello che una barbara incuria aveva cresciuto arrivando al suo soffocamento.

 

Sarà un po' tragica questa difesa, dopo aver partecipato al processo come parte civile lesa, ma è anche vero che l'accusa all'intero gruppo dirigente di aver disseminato morti, per omicidio colposo, e la malattia violenta dell'asbesto, con lesioni personali colpose, fra i propri dipendenti negli ultimi trent'anni, è come se fosse caduto un pesante macigno sul "santuario" che è stato faro di cultura e di esperienze per una comunità di lavoro.

 

 

Dalla squadra di Adriano Olivetti a quella di Carlo De Benedetti

 

E' tutta responsabilità ascrivibile ai nuovi proprietari e amministratori, i fratelli De Benedetti, insediatisi nel 1978 per far fronte a una nuova crisi finanziaria (la prima nel 1964) e rilanciare l'azienda Olivetti come competitore internazionale?

 

Per la verità c'erano già stati due processi, nel 2012 e nel 2013, per morti dovute all'amianto di due lavoratrici, di Aglié e San Bernardo, in cui l'unico imputato era l'amministratore delegato, il mitico ammiraglio Ottorino Beltrami [1], succeduto "sul ponte di comando dell'Olivetti" fra il 1971 e il 1978, condannato a 6 mesi di pena nei primi due gradi del primo processo "per colpevole ritardo e omissione cosciente di ogni cautela". Beltrami ormai fuori dall'Olivetti e ultranovantenne non arrivò alla Cassazione per tale processo, e neppure alla seconda udienza per l'ulteriore rinvio a giudizio, a seguito della sua scomparsa nel 2013. Beltrami apparteneva alla generazione di dirigenti di cui si era circondato Adriano Olivetti a partire dal 1949, e gli era stata poi affidata la responsabilità di seguire la transizione dalla tecnologia meccanica a quella elettronica. Gli omicidi di cui era accusato erano per morte da mesotelioma pleurico, con processi intentati dalle famiglie delle due operaie scomparse. Il nome di Beltrami era emerso in queste vicende giudiziarie che non avevano scosso l'opinione pubblica di Ivrea: erano considerati casi isolati o dubbi, in cui le famiglie avevano cercato un risarcimento. Dunque polvere da cacciare sotto il tappeto. Invece la Procura di Ivrea a fronte di una ventina di casi segnalati dall'Asl To4 apre un'inchiesta.

Ma prima di arrivare al processo 2016 dobbiamo passare attraverso alcune realizzazioni significative del periodo di Beltrami.

 

I meriti accanto alle colpe

 

E' risaputo dai cultori di relazioni industriali che il sindacato (già dalla rinascita come libero sindacato nel 1944) si è strutturato in federazioni di categoria che stipulano i contratti nazionali; mentre la Confederazione è la struttura madre che provvede al coordinamento territoriale e categoriale, e alla contrattazione a carattere generale. La Confindustria invece stipulava i contratti anche per i diversi settori, e non ebbe un'articolazione analoga a quella del sindacato se non a partire dall'autunno 1971, a seguito della Commissione voluta da Leopoldo Pirelli per tale nuovo assetto organizzativo.

 

Col sostegno di Ottorino Beltrami per l'Olivetti il 15-9-1971 viene costituita Federmeccanica (Federazione autonoma di categoria nell'ambito di Confindustria) alla cui guida vengono posti due dirigenti Olivetti ceduti, i quali avevano le caratteristiche individuate dal Rapporto Pirelli: Giuliano Valle come direttore generale, e Walter Olivieri per gli affari generali (insieme a Felice Mortillaro per i servizi sindacali). Il primo aveva seguito per tanti anni i lavori del Consiglio di Gestione, il secondo aveva consolidato esperienza nelle relazioni interne[2].

Come si sa il Contratto Nazionale 1973 (firmato il 2 aprile) per i lavoratori metalmeccanici privati (il settimo del dopoguerra stipulato unitariamente da Fim, Fiom e Uilm che sei mesi prima avevano costituito la FLM) conteneva novità importanti dal punto di vista sociale, politico e culturale. In particolare il nuovo testo della CCNL definì una parte normativa per "Ambiente di lavoro – Igiene e sicurezza" (art. 26, D.G. Sez. III), la quale stabiliva che in ogni stabilimento venivano istituiti:

 

- registro dati ambientali (rilevazione da parte di ente specializzato scelto di comune accordo)

 

- registro dati biostatistici (assenze per malattia e infortunio)

 

- libretto sanitario e di rischio individuale (dati analitici su visite assunzione e periodiche, visite idoneità, infortuni e malattie professionali)

 

Nel successivo CCNL 1976 il testo dell'articolo viene arricchito con tre commi che impegnano le aziende:

 

- a fornire alle RSA per ogni stabilimento l'elenco sostanze presenti nelle lavorazioni relative a malattie professionali e/o visite preventive / periodiche;

- entro 6 mesi dalla stipula CCNL (01/05/1976) fornire tale elenco, aggiornandolo con le modifiche intervenute;

- su richiesta RSA fornire informazioni dettagliate sulle sostanze impiegate nelle lavorazioni

 

Documentazione processuale e archivio sindacale

 

Nella richiesta di rinvio a giudizio dei pubblici miniteri per morte o lesioni provocate a dipendenti Olivetti viene citata ripetutamente una "Commissione permanente per l'Ecologia e l'Ambiente" istituita nel 1974 (31 ottobre) dall'Amministrazione Delegato Ottorino Beltrami, in cui vengono inseriti come componenti esperti di servizi aziendali e in particolare i responsabili di SOSL e SESL, e la possibilità di avvalersi della collaborazione dei Direttori di stabilimenti, per sottoporre all'Amministratore Delegato rapporti periodici (nuove normative e controllo sulla applicazione di quelle esistenti).

 

Questa commissione appare la diretta applicazione del CCNL 1973 che istituiva l'individuazione di "un ente specializzato scelto di comune accordo" che effettuasse la rilevazione dei dati ambientali da inserire in apposito registro. Sebbene l'intenzione generale del CCNL apparisse orientata a un ente "terzo" (cioé super partes, come è più chiaro nel testo aggiornato del CCNL 1976 che parla di scelta della RSA all'interno di "un elenco di enti specializzati concordato territorialmente fra associazioni imprenditoriali e sindacali"), però è anche vero che Olivetti disponeva di due servizi interni specializzati SOSL (Servizio Organizzazione Sicurezza sul Lavoro) e Servizio Ecologia che riuniti in Commissione Permanente potevano iniziare nel 1974 le rilevazioni, se concordate.

 

Nel CCNL 1976 si precisava che "le risultanze delle rilevazioni andavano poste a disposizione delle due parti interessate"; e inoltre che entro sei mesi dalla stipula di detto contratto (1 maggio 1976), quindi all'inizio del 1977, l'elenco delle sostanze presenti nelle lavorazioni di ogni stabilimento con effetti nocivi sulla salute andava fornito alle Rappresentanze sindacali aziendali.

 

Nella relazione dei P.M. viene indicato l'anno 1977 in cui la "Commissione Permanente" aveva elaborato un documento sull'uso dell'amianto in azienda (in cui però non si faceva cenno al talco e all'amianto strutturale).

 

Fino a questo punto pareva che gli impegni fossero rispettati; ma si aprivano anche contraddizioni e confusioni. Perché sull'amianto usato in azienda non si riferisce del talco e dell'amianto strutturale? Dagli archivi sindacali non emerge traccia di comunicazione alle RSA. Eppure contestazioni su problemi di salute e ambiente sono rilevate in archivio già negli anni 1968  (vertenza generale su ambiente) e 1969 (condizioni sanitarie nel settore Telescriventi).

 

Si può argomentare che con le garanzie offerte dal Contratto Nazionale negli anni '70 l'iniziativa sindacale sui rischi e nocività esistenti nelle fabbriche e uffici dell'Olivetti non venisse rilevata e che vigesse un clima di reciproca fiducia tra le parti, e anche tra i lavoratori, per la stima dei servizi offerti dall'Olivetti. Ma questa situazione oltre a creare disimpegno e smagliature in quel "quindicennio" definito postAdriano, ha avuto le prime responsabilità già di Ottorino Beltrami (come prima riferito) per la mancata applicazione delle norme esistenti per la salvaguardia dell'incolumità dei lavoratori (in particolare DPR 547/1955 e 303/1956) che obbligavano a mettere a disposizione mezzi protettivi.

 

Del resto anche il precedente CCNL 1969 (Fim/Fiom/Uilm – Confindustria 8-1-1970) all'art. 23 (igiene e sicurezza del lavoro) nella parte prima/operai recita questo testo che viene poi ripreso nei contratti successivi:

 

"Le aziende manterranno i locali di lavoro in condizioni di salubrità ed in modo da salvaguardare l'incolumità dei lavoratori curando l'igiene, l'aerazione, l'illuminazione, la pulizia e, ove possibile, il riscaldamento dei locali stessi, e ciò nei termini di legge; così come nei casi previsti dalla legge, saranno messi a disposizione dei lavoratori i mezzi protettivi (come occhiali, maschere, zoccoli, guanti, stivali di gomma, indumenti impermeabili, etc.) e saranno osservate le norme circa la consumazione del pasto fuori dagli ambienti che presentano le previste condizioni di nocività."

 

Dunque è vero che col '77 – '78 si entra nella crisi aziendale, ma si allenta la cultura della responsabilità verticale (o di line) impostata da Adriano Olivetti e poi da Beltrami, incominciando a uscire fuoristrada dalla legalità e approdando all'incuria.

 

 

 

Una valutazione storica interessante

 

Provo ad aggiungere una valutazione storica di Rodolfo Buat, che è stato Direttore del Personale di Olivetti Italia. L'autore, in uno scritto del 2008, afferma che nelle relazioni sindacali in Olivetti si inserisce la capacità di anticipazione dei fenomeni in coerenza con la cultura sindacale innovativa, e c'è la predisposizione a portare il confronto sui processi di lavoro presenti in azienda (ossia conoscenza del prodotto e del processo produttivo e verifica o collaudo del risultato), soprattutto nelle trasformazioni delle linee e dei cicli di lavorazione. Però Buat nota che in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro il confronto in sede sindacale sia stato modesto ed il sistema poco produttivo e ritiene che tale situazione si sia prodotta perché il datore di lavoro mancava di interesse specifico ad allargare il confronto anche su questa problematica[3] .

 

Dunque dopo aver avuto lo spirito innovativo del Contratto Nazionale, anticipando addirittura i provvedimenti di legge, il sistema organizzativo Olivetti frena e si impigrisce e la disattenzione coinvolge entrambe le parti sociali.

 

Il periodo De Benedetti

 

Nel 1980 sono insediati in Olivetti due Amministratori Delegati, i fratelli Carlo e Franco De Benedetti, rispettivamente per la capogruppo Ing. C. Olivetti & C. e per le consociate. L'ingegner Carlo è noto per il suo spirito "corsaro" praticato ai vertici Fiat e Unione Industriale di Torino, mentre il dott. Franco è più uno spirito speculativo, già segnalatosi nel periodo di contestazione studentesca. Diciamo che si inseriscono nell'esperienza Olivetti per rivitalizzarla, ma da "invasione barbarica", aprendo nel 1979 un ampio conflitto con i propri dipendenti, col sindacato e col territorio: al subentro dei nuovi Amministratori è connesso un programma di riduzione drastica di 7000 dipendenti.

Il prolungato conflitto ha una prima conclusione il 21 dicembre 1979 in sede ministeriale con un'intesa che prevede la ricollocazione pilotata degli esuberi. Dal clima di sperticata e cieca fiducia nella direzione aziendale, le organizzazioni sindacali si risvegliano nel timore che le relazioni sociali e industriali fossero abbandonate o sovvertite dal nuovo gruppo dirigente di vertice, appunto perché non appartenevano al solco culturale della tradizione olivettiana.

 

Così nel 1980 l'attività conflittuale del sindacato riprende piede con rivendicazioni sull'ambiente di lavoro per i lavoratori della Meccanica, e con un accordo aziendale del dicembre 1980 che all'art.8, Ambiente di Lavoro, riporta precisi ed estesi impegni dell'Azienda che richiamano quanto disposto dal CCNL 1979 e precisano le sperimentazioni da avviare (già nel 1° semestre 1981) su aree individuate per i problemi di igiene e sicurezza dell'ambiente di lavoro e le informazioni da trasmettere alle RSA.

 

Nel 1984 Carlo De Benedetti riorganizza la struttura aziendale passando dalla line al decentramento delle responsabilità con oltre 50 atti notarili di delega a dirigenti di prima fascia, il che non favorisce maggior sicurezza sulle responsabilità, anzi si creano disomogeneità e incoerenze nei comportamenti.

 

Lui, l'ingegnere, si sente così più libero di percorrere le sue cavalcate finanziarie in Italia e all'estero, diventando famoso come "rider" o "player" finanziario, e lasciando dormienti le sue responsabilità sull'Olivetti, in cui si organizzano cordate di colonnelli a detrimento dei risultati complessivi. Nel 1990 il vescovo di Ivrea Bettazzi ottiene una visita di Papa Giovanni Paolo II a Ivrea e nel Canavese. L'occasione viene utilizzata per un confronto a tre fra l'ingegner Carlo, un rappresentante dei lavoratori e Papa Wojtyla, con una grande assemblea di dipendenti Olivetti sul piazzale antistante la mensa ICO. All'Amministratore e Presidente Olivetti viene chiesto di rimpatriare e dedicare le sue migliori energie alla guida di un'azienda di grande prestigio considerata un patrimonio culturale e sociale.

 

Carlo De Benedetti non è un insensibile alla forza e al peso della tradizione olivettiana e considera la visita del Papa un grande incitamento a proseguire il cammino che quest'azienda sta percorrendo da più di 80 anni. E aggiunge di essere convinto che "l'impresa abbia una responsabilità etica molto più grande che in passato. Mi riferisco alla correttezza e alla lealtà di comportamento nei confronti dei lavoratori, degli utenti, dei fornitori, degli azionisti. (Cioé) anche una responsabilità etica che impone rispetto verso la società nel suo insieme, rispetto verso l'ambiente e la qualità della vita, impegno verso la costruzione di un sistema economico più equo...".[4]

 

Dunque Carlo De Benedetti non era proprio un "barbaro" per Olivetti: però spesso l'intelligenza si accompagna all'insipienza e non corregge l'incuria già presente.

Come pure la volontà del pensiero non è sempre accompagnata dalla pratica di comportamento. Così mentre in quell'incontro coi lavoratori e col Papa, e sempre sul tema della responsabilità etica, affermava che questa "non solo impedisce alle imprese di ricercare vantaggi ricorrendo a mezzi iniqui, ma anche deve spingere ad operare sui mercati nel pieno e leale rispetto dei diritti degli altri concorrenti, secondo i principi di una trasparente competizione" , qualche anno dopo (1993) Carlo De Benedetti finiva in custodia cautelare per alcuni giorni (forse tre) accusato di corruzione per tangenti pagate dalla Olivetti per le forniture al Ministero delle Poste. In quell'occasione si trattava di rompere lo strapotere di H.P. sul mercato dell'informatica nei rapporti con i Ministeri.

 

Dunque De Benedetti ora si lamenta della pesantezza della condanna, ma ha la pelle per sopportarla, tanto più che quell'altra volta trovò illustri voci a giustificarlo.

 

 

Il procedimento penale fra gennaio e luglio 2016

 

A Ivrea davanti al giudice monocratico Elena Stoppini si sono evidenziati vari elementi su cui si sono scontrati l'accusa e le difese: diciamo che i principali riguardavano: gli aspetti epidemiologici del mesotelioma rispetto alle condizioni di esposizione all'amianto, la acquisizione ritardata della consapevolezza sulla pericolosità dell'amianto, e i conseguenti provvedimenti per evitare rischi ai dipendenti.

 

Alla fine hanno prevalso le ragioni prodotte dai P.M., con una condanna generalizzata di 14 su 17 imputati fra manager di vertice e dirigenti con deleghe ai livelli inferiori.

L'insieme del gruppo di amministratori dell'azienda è stato condannato per negligenza e imprudenza; i massimi vertici hanno omesso di esercitare la necessaria vigilanza che è responsabilità del datore di lavoro non trasferibile, mentre l'insieme dei dirigenti ha affrontato con imperizia il rischio della presenza di polveri di amianto nelle lavorazioni e negli ambienti di lavoro, evitando l'informazione del rischio ai lavoratori e la fornitura agli stessi dei necessari mezzi di protezione.

 

Nel dibattito e nel confronto documentale sono stati utilizzati artifici archivistici che si possono perdonare solo agli avvocati difensori. Esiste un patrimonio documentale Olivetti gestito solo dall'Associazione Archivio Storico Olivetti, ben perimetrato nella sua consistenza; poi esiste documentazione storica Olivetti, prevalentemente riguardante l'attività commerciale, che l'Associazione Archivistica non ha ritenuto di acquisire; depositato in migliaia di scatole senza ordinamento e catalogazione la Telecom, divenuta proprietaria di Olivetti, ha trasferito in un proprio magazzino, ma ciò non costituisce un archivio storico aggiuntivo ancora tutto da esplorare.

L'ulteriore osservazione che si può porre in conclusione, è che questo processo riguardante le morti e i danni fisici causati da polvere di amianto a dipendenti Olivetti, oltre ad avere prosecuzione ai livelli successivi di Appello e Cassazione, sarà seguito da altri processi (per ora Olivetti bis e ter) già instaurati, perché gli effetti nocivi dell'amianto si sviluppano lungo l'arco di decenni di una vita, ed i casi di cui l'Asl di Ivrea ha raccolto documentazione sono in via di accumulazione, perché l'amianto è stato usato in azienda fino a metà degli anni Novanta.

Dopo i primi atti descritti questa vicenda continuerà.

 

 

Come reagisce l'opinione pubblica

 

Ma la domanda finale che ci si può porre è il comportamento dell'opinione pubblica nel periodo che ha coinvolto l'inchiesta della Procura della Repubblica di Ivrea e poi il dibattimento processuale. Bisogna dare atto che l'attenzione della popolazione è diversa fra Ivrea e Casale Monferrato, dove l'Eternit ha creato un disastro ambientale (seppure non avallato dalla Cassazione), con una generalizzata cosciente opposizione che ha reclamato giustizia e risarcimento.

 

Ivrea e il Canavese hanno seguito il processo 2016 sugli organi di informazione, che hanno riferito diffusamente; ma non tutta la popolazione con lo stesso spirito, perché una parte era convinta che l'impostazione del processo penale fosse malposta e insufficientemente istruita, tanto da pensare a un'assoluzione generale finale. Un'altra parte ha guardato con distacco perché la malattia dell'asbesto in Canavese non era così generalizzata da pensare che le fabbriche Olivetti costituissero il maggior focolaio (insomma una malasorte per le famiglie coinvolte e finora individuate). Trascurando gli ultimi studi dell'Asl TO4 che denunciano un tasso di mortalità per tumori sul territorio in calo, ma che resta più alto di altre aziende sanitarie. Il tasso di mortalità per mesotelioma è più alto rispetto alle altre Asl del Piemonte, correlato allo sviluppo della industrializzazione oltre che ad abitudini sociali poco attente. Cosicché nell'inchiesta bis sono vagliati dal magistrato 17 casi, di cui 10 persone decedute fra il 2010 e il 2015 e 7 quelle ammalate, con la facile ipotesi che tra i 18 indagati ci siano molti di coloro che sono già stati condannati il 18 luglio scorso. Il periodo del secondo processo penale riguarderebbe sempre il ventennio fra metà anni Settanta e metà anni Novanta, periodo che ora si considera completamente superato....Anche perché la scaramanzia non è stata sufficiente a mantenere viva l'esistenza dell'Olivetti, che dopo un periodo di simbiosi con Telecom, è stata praticamente soffocata e cancellata dal mercato, riducendo a briciole il lavoro dipendente ancora in atto.

 

 

Ivrea, luglio 2016

 

Giovanni Avonto

 



[1]Ottorino Beltrami, Sul ponte di comando. Dalla Marina Militare alla Olivetti, a cura di Alberto De Macchi e Giovanni Maggia, Mursia, 2004.

[2]Giovanni Avonto, La Olivetti ed i contratti nazionali dei metalmeccanici, in Convegno "Olivetti è ancora una sfida", diocesi di Ivrea, 2008.

[3]Atti del Convegno "Olivetti è ancora una sfida", diocesi di Ivrea, 2008 (pagg. 121 – 122).

[4]Diocesi di Ivrea, Giovanni Paolo II a Ivrea e nel Canavese, Priuli e Verlucca Editori, 1990 (pagg. 36 – 38).