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I diritti umani nei Territori palestinesi occupati: intervista a Francesca Albanese, Relatrice speciale ONU
Redazione 10 luglio 2023 17:12
Rilanciamo l'intervista realizzata da Patrizia Cecconi e pubblicata sul sito web di Articolo 21, contenente un'analisi compiuta e dettagliata sulla gravissima situazione in Medio Oriente

Mentre proseguono nel silenzio generale dei media mainstream le uccisioni sommarie di centinaia di civili palestinesi, come quella del piccolo Tamimi di soli due anni, le demolizioni e le confische di case e terre palestinesi, le aggressioni dei coloni e tanto altro, abbiamo deciso di intervistare la Relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nel Territorio palestinese occupato: la dottoressa Francesca Albanese, accademica, giurista specializzata in diritti umani e diritto internazionale e, in passato, funzionaria alle Nazioni Unite nel settore dei diritto umanitario.

Il ruolo di Relatore/Relatrice speciale Onu √® un incarico ‚Äďgratuito‚Äď affidato a una figura esperta, indipendente dalle Nazioni Unite, nominata dal Consiglio per i diritti umani. Il compito di chi¬†svolge questo ruolo √® di indagare, monitorare e riferire all‚ÄôOnu su questioni relative ai diritti umani¬†e loro eventuali violazioni, fornire consulenze sulla cooperazione tecnica e svolgere attivit√† di¬†sensibilizzazione in generale.

Francesca Albanese √® la prima donna a ricoprire quest‚Äôincarico in oltre trent‚Äôanni di esistenza del¬†mandato ed ha presentato il suo primo rapporto all‚ÄôAssemblea Generale dell‚ÄôOnu lo scorso mese di¬†ottobre, avente a tema il diritto all‚Äôautodeterminazione del popolo palestinese violato da 56 anni di¬†occupazione israeliana e conseguente apartheid nel Territorio palestinese occupato (Cisgiordania,¬†Gerusalemme est e Striscia di Gaza). Un rapporto inattaccabile per la solidit√† delle analisi fattuale¬†e giuridica, che le ha meritato non poche critiche e il tentativo di delegittimazione con la pi√Ļ¬†indegna e strumentale accusa: quella di antisemitismo. Questo per aver denunciato l‚Äôoperato di¬†Israele nel Territorio palestinese occupato (la presenza delle autorit√† palestinesi non cambia n√© di¬†fatto n√© di diritto le responsabilit√† di Israele come potenza occupante).

E infatti dopo la presentazione del suo rapporto era stata chiesta la sua rimozione dall‚Äôincarico¬†appena assunto visto che 9 anni fa, nel 2014, aveva esposto il suo pensiero su uno dei pi√Ļ feroci¬†bombardamenti israeliani contro la popolazione di Gaza criticando Europa e USA che non facevano¬†nulla per fermare il massacro e avviare un serio negoziato di pace.

Difficile cogliere in quella critica tracce di antisemitismo, ma tanto √® bastato a chi sa gestire come¬†bavaglio un‚Äôaccusa tanto strumentale, per cercare di tacitarla. Una tattica che spesso funziona ma¬†con Francesca Albanese non ha funzionato e il suo coraggioso rapporto, seppur non ha abbattuto il¬†ciclopico muro che garantisce l‚Äôimpunit√† israeliana, ha creato pi√Ļ di una breccia in quel muro, fatto¬†di silenzio mediatico sui crimini ‚Äúdi routine‚ÄĚ e rinforzato dalla narrazione dei fatti nella sola¬†versione israeliana.

 

Dottoressa Albanese, la presentazione del suo primo rapporto all’Assemblea Generale Onu sulla situazione nel Territorio palestinese occupato ha dato luogo ad attacchi violenti che sono andati ben oltre il legittimo diritto di critica, configurandosi in veri e propri insulti, addirittura accompagnati da richieste di destituzione dal suo incarico. Cosa risponde ai tentativi di delegittimazione del suo ruolo e del suo coraggioso lavoro avanzati dai supporter italiani di Israele?

 

Premetto che non mi sento una voce fuori dal coro in termini assoluti perché sono tanti a denunciare le politiche e le pratiche d’Israele nella Palestina occupata: attivisti, accademici, professionisti, intellettuali ma anche tanta gente comune. Probabilmente quello che mi rende fuori dal coro nella percezione collettiva è il fatto che io cerchi di fare chiarezza utilizzando rigorosamente il dettato normativo, non facilmente attaccabile sulla sostanza, ma anche tenendo conto del contesto storico di cui 56 anni di occupazione militare fanno parte, all’interno delle Nazioni Unite. Questa visibilità è temuta da chi cerca di affossare la prospettiva dei diritti dei palestinesi, negati da decenni, in nome della sicurezza israeliana. Da tempo Israele confonde la sua sicurezza con la sicurezza del suo piano di annessione del territorio occupato (assolutamente proibita dal diritto internazionale), che persegue da decenni a danno dei palestinesi. Io questo continuo ad osservarlo e lo denuncio candidamente. Non avrei nessuna difficoltà a confrontarmi con i miei detrattori, ma non succede perché non potendo difendere nel merito di ciò che io denuncio, ci si concentra a distruggere la reputazione del mio mandato e della mia persona.

Questo non √® affatto una novit√† per il ruolo che ricopro: chi mi ha preceduto, e tra questi¬†soprattutto Richard Falk e Michael Link, ha subito gli stessi attacchi. Inoltre, l‚Äôaver scelto di essere¬†una voce udibile anche al di fuori del mondo degli addetti ai lavori delle Nazioni Unite (in seno¬†all‚ÄôAssemblea Generale e il Consiglio dei Diritti Umani), mi ha reso pi√Ļ visibile in ambito¬†mediatico e dunque maggiormente attaccabile. Ma l‚Äôobiettivo √® chiaro. Ledere la mia credibilit√† e¬†quella del mio mandato, √® un tentativo per deflettere l‚Äôattenzione dal merito del mio lavoro.

Va però detto che in questo mio primo anno di mandato, ad ogni attacco contro di me è corrisposta una mobilitazione di solidarietà nei miei confronti senza precedenti, sostenuta da voci autorevolissime, incluse tante personalità del mondo ebraico. Questo mi incoraggia a continuare a fare il mio lavoro in modo obiettivo e trasparente, dando importanza alle critiche di merito e ignorando quelle di sicofanti e di pseudo-intellettuali dalla doppia morale.

 

Critiche che certamente si rinfocoleranno alla presentazione del suo secondo rapporto il quale, suppongo, non sarà meno esplicito e, per così dire, meno urticante del primo visto che i crimini e le violazioni del diritto internazionale proseguono impunemente. Tra quanto verrà pubblicato? Può darci qualche anticipazione sul contenuto? 

 

Il mio secondo rapporto si concentra sulla privazione della libertà personale nel territorio palestinese occupato. Quindi su ciò che porta ad arresti e detenzioni di palestinesi principalmente, ma non esclusivamente per mano delle forze israeliane. In questo studio ho esaminato 56 anni di ordini militari e pratiche volte ad arresti, trasferimenti, interrogatori e detenzioni di palestinesi, il tutto supportato da decenni di inchieste di organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali. 

Scrivere questo rapporto ha comportato ricerche lunghe mesi, revisione di centinaia di ordini militari e studi redatti da esperti e avvocati palestinesi e israeliani impegnati a difendere palestinesi, spesso bambini, nelle corti militari israeliane.

L‚Äôinchiesta si √® concentrata tanto sulla dimensione che definisco ‚Äúmicro‚ÄĚ, non in senso riduttivo¬†ma perch√© relativa a singoli casi, tanto su una dimensione pi√Ļ ampia che chiamo di¬†carceralit√†¬†diffusa, e quindi ‚Äúmacro‚ÄĚ in cui confluiscono tutti i casi singoli. In seguito alle mie indagini posso¬†dire che ci sono diversi livelli di violazioni. Il primo √® il livello di violazione dei diritti della persona¬†nel momento in cui la si arresta e la si detiene e perch√© la si arresta e la si detiene. Ci sono pratiche¬†arbitrarie, e l‚Äôelemento dell‚Äôarbitrariet√† √® amplificato dai volumi, dal numero delle persone¬†coinvolte, dagli arresti di massa. Pensiamo alle centinaia di migliaia di arrestati durante 56 anni di¬†occupazione militare e legge marziale, che, ripeto, opera al di fuori di ci√≤ che √® permesso dal¬†diritto internazionale. Tra il 1967 e il 2006 Israele ha arrestato 800.000 palestinesi; pur essendo¬†questa una cifra altissima se rapportata al numero di palestinesi del Territorio occupato (attualmente¬†circa 5 milioni), √® comunque una stima riduttiva perch√©, ad esempio, non prende in considerazione¬†tutte le persone che sono state arrestate pi√Ļ di una volta. Inoltre, in 20 anni sono stati incarcerati¬†circa 10.000 bambini, l‚Äôorrore cui sono sottoposti merita un discorso a parte. Sono numeri¬†importanti su una popolazione numericamente cos√¨ piccola di cui la met√†, a Gaza, vive sotto il¬†blocco israeliano da 17 anni, in una condizione di incarcerazione/punizione collettiva.¬†Sebbene sia chiaro che i Palestinesi, come tutti, possano commettere dei crimini e a volte anche¬†efferati, la mia inchiesta ha rivelato che il sistema normativo, fatto di leggi d‚Äôemergenza risalenti al¬†1945 (cio√® al periodo mandatario precedente alla creazione dello Stato di Israele, ndr) e migliaia¬†di ordini militari, vaghi e confusi, √® votato alla vera e propria repressione del popolo palestinese¬†sotto occupazione e alla criminalizzazione di condotte prive della materialit√† dell‚Äôoffesa.

In questo modo vengono spesso sanzionati l‚Äôesercizio di libert√† individuali e di diritti fondamentali¬†protetti dall‚Äôordinamento internazionale, come la libert√† d‚Äôespressione e la libert√† di associazione.¬†si pensi ad esempio che raduni di dieci o pi√Ļ persone in cui si discute di argomenti politici, o anche¬†una processione, possono essere puniti con 10 anni di prigione se non autorizzati dall‚Äôesercito.

Israele ha recepito le ‚Äúemergency laws‚ÄĚ britanniche di ottanta anni fa che avrebbero dovuto essere¬†provvisorie e d‚Äôemergenza. La demolizione delle case come forma di punizione collettiva √®¬†un‚Äôeredit√† del mandato britannico, infatti un ordine del 1945 prevedeva la demolizione¬†dell‚Äôabitazione di chi avesse condotto reati contro l‚Äôautorit√† mandataria. Tale regime normativo ‚Äďdove ‚Äėle leggi‚Äô sono scritte, applicate e riviste in sede giudiziaria dall‚Äôesercito, ‚Äėuno e trino‚Äô come¬†ben descrive il collega Luigi Daniele‚Äď si applica solo ed esclusivamente ai Palestinesi sotto¬†occupazione. Ai civili israeliani che vivono illegalmente nel territorio occupato ‚Äďi coloni‚Äď si¬†applica la legge (giurisdizione civile) dello Stato d‚ÄôIsraele. Questo dualismo legale √® uno degli¬†elementi evidenti del sistema di apartheid che Israele pratica nei confronti dei palestinesi (cio√® un¬†sistema di violazioni gravi condotte con l‚Äôintento di un gruppo di dominare su di un altro).

Inoltre, il mio studio rivela che l‚Äôarbitrariet√† della privazione della libert√† personale a cui i¬†palestinesi sono costretti va ben oltre il carcere e spesso dura fin dopo la morte. Si pensi alla diffusa¬†pratica di Israele di ‚Äėdetenere‚Äô i corpi di persone decedute in carcere o durante operazioni militari.

Le salme, trattenute dall’esercito israeliano e non restituite alle famiglie in violazione del diritto internazionale, vengono tenute in celle frigorifere in condizioni inadeguate che spesso portano al loro ulteriore deterioramento. Quando finalmente le salme vengono restituite, ai familiari vengono spesso imposte condizioni draconiane che impediscono la sepoltura se non in ore notturne e senza funerali.

Il mio rapporto fa anche luce su vere e proprie forme di "carceralit√† diffusa", forme di confinamento¬†fisico imposte da Israele nel territorio palestinese occupato: √® proprio tutto il ‚Äúsistema¬†occupazione‚ÄĚ che prevede barriere fisiche, barriere burocratiche, e una sorveglianza controllo¬†digitale estremamente capillare e che trasforma tutta la Palestina occupata in una prigione a cielo¬†aperto. Non √® un‚Äôiperbole, √® la realt√†.

La letteratura esistente dimostra chiaramente come la carceralità diffusa sia tipica del colonialismo d’insediamento. Nel territorio palestinese occupato, non in modo dissimile da altre forme di occupazione coloniale, queste forme di controllo sono andate via via cristallizzandosi come modo per controllare la popolazione talvolta prevenendo l’incarcerazione vera e propria in prigioni israeliane che, tuttavia, seguitano a riempirsi di prigionieri palestinesi.

 

Grazie per queste interessanti, e tristi, anticipazioni. Passando ora ad un recente atto di teppismo che ha visto prendere di mira le chiese cristiane in Cisgiordania, vorrei farle una domanda circa i nostri operatori mediatici. Premesso che all’indifferenza  di fronte alla violazione delle moschee ci siamo abituati, era difficile aspettarsi altrettanta indifferenza di fronte all’assalto alle chiese cristiane con statue e immagini sacre prese a martellate da teppisti provenienti dalle colonie illegali senza che le autorità israeliane prendessero provvedimenti. Perché, secondo lei, i nostri media, mentre gridano all’odio antisemita se un teppista danneggia una sinagoga, coprono questi crimini lasciando che l’opinione pubblica seguiti a ritenere Israele uno Stato democratico? Qual è il motivo di questo doppio standard? Si tratta di autocensura generalizzata per motivi difficilmente indagabili, o di un preciso diktat censorio imposto dall’alto?

 

Il diritto internazionale sostiene in modo adamantino il diritto all‚Äôautodeterminazione del¬†popolo palestinese, e quindi la libert√† dal giogo dell‚Äôoccupazione pi√Ļ lunga della storia¬†contemporanea e dall‚Äôapartheid. Tale diritto, come ho spiegato nel mio primo rapporto, √® un diritto¬†inviolabile. Circa i silenzi mediatici, io penso ci sia un misto di censura e autocensura, una sorta di¬†ostracismo forse dovuto alla paura di essere accusati di antisemitismo o di ‚Äúsostenere il terrorismo‚ÄĚ.

Queste sono le accuse generalmente mosse da personalità e gruppi che proteggono ad oltranza le pratiche del governo d’Israele. Questo è in contrasto con il diritto d’informazione.

In Italia tutto questo ha portato ad un forte cambiamento nell’atmosfera sociale che ha reso la gente meno informata sulla questione israelo-palestinese al contrario di quanto accadeva trent’anni fa.

L‚Äôoccupazione israeliana e il suo intento coloniale, a quell‚Äôepoca erano noti, narrati e compresi¬†dalla politica come dal largo pubblico. Nel tempo la questione √® stata derubricata dal discorso¬†politico, contribuendo ad una sorta di avvizzimento del sentimento collettivo, distaccandosi tanto¬†dai fatti quanto da un‚Äôanalisi giuridica della situazione. Rispetto ad altri paesi noto anche che in¬†Italia persino il linguaggio di coloro che si attivano per la ‚Äėcausa palestinese‚Äô risulta talvolta¬†eccessivamente politicizzato e non inclusivo, riflesso di una militanza un po‚Äô vecchia e sconnessa¬†dalla questione dei diritti umani del popolo palestinese. Per esempio, colgo talvolta un‚Äôesagerata¬†partigianeria che spesso si riscontra in ambienti presuntamente ‚Äúfilopalestinesi‚ÄĚ. L‚Äôestremo √® non¬†pronunciare il termine ‚ÄėStato di Israele‚Äô, visto come tab√Ļ; questo atteggiamento √® estraneo al¬†lavoro di tanti palestinesi tanto sotto occupazione che nella diaspora, e non aiuta ad amplificare la¬†loro voce, ma l‚Äôannulla sostituendosi ad essa.

Io credo fortemente che lo smantellamento di una societ√† coloniale e dell‚Äôapartheid passi per il¬†riconoscimento dell‚Äôaltro, soprattutto di quegli elementi all‚Äôinterno della societ√† dell‚Äôaltro che sono¬†pronti a lavorare assieme per una societ√† equa e giusta. Ispirandosi alle parole di Primo Levi, nel¬†momento in cui il nemico riconosce il suo errore gi√† non √® pi√Ļ nemico, quindi, in questo caso, si¬†deve tener conto di quanto la societ√† israeliana vada accompagnata nella decostruzione del sistema¬†che ha messo in piedi. Questo √® necessario e la comunit√† internazionale potrebbe fare da¬†tramite. Non ci si pu√≤ aspettare che siano i palestinesi discriminati o sotto occupazione a farsi carico¬†da soli della costruzione di ponti con la societ√† israeliana che adesso li domina e non li riconosce¬†come portatori di diritti e meritevoli di protezione. La comunit√† internazionale dovrebbe ospitare un dibattito che riconosca ai palestinesi una sorta di posizione di¬†primus inter pares nel debellare il¬†colonialismo d‚Äôinsediamento e costruire una societ√† diversa, quale che sia la forma di stato che li¬†vedr√† cittadini. Questo √® un altro punto centrale. In Italia la questione politica dei ‚Äúdue Stati per due popoli‚ÄĚ √® vista come centrale mentre per i palestinesi la battaglia non √® pi√Ļ o non tanto solo¬†politica ma √® una battaglia per il riconoscimento dei diritti umani, che potrebbero realizzarsi in uno¬†Stato palestinese ma senza il quale (visto che uno Stato esiste ma in cattivit√†) i diritti civili, politici,¬†economici e culturali dei palestinesi, e il loro inalienabile diritto all‚Äôautodeterminazione, devono¬†comunque essere realizzati.

 

Quindi, mettendo insieme il comportamento mediatico, quello politico generale e quello militante, emerge un quadro che non sembra fornire elementi utili per il riconoscimento dei diritti spettanti al popolo palestinese.

 

Gli ostacoli sono tanti ma così anche le opportunità, i valori in cui tanta gente ancora crede e che è forza vitale per cambiare. Si pensi alla vasta mobilitazione che si sta formando contro l’apartheid praticata contro i palestinesi, fatta di un tessuto globale variegato generazionalmente, socialmente e politicamente. E questa coalescenza per la legalità e la giustizia è necessaria anche a livello istituzionale, altrimenti non avrebbe senso l’esistenza del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il cui compito è promuovere l’adempimento alle norme internazionali sui diritti umani.

Vorrei per√≤ porre l‚Äôaccento su due fenomeni che caratterizzano (e ostacolano) il dibattito soprattutto nel mondo occidentale. Uno √® quello che io chiamo¬†violenza epistemologica, il modo in¬†cui si pu√≤ commettere violenza attraverso la narrazione e, quindi, attraverso la formazione della¬†conoscenza e la sua trasmissione. Questo √® un fenomeno comune nella stampa occidentale e¬†italiana, dove si √® progressivamente imposto attraverso un modo viziato di veicolare conoscenza e¬†comprensione di accadimenti della realt√† attuale per la definizione di una politica informata dai fatti¬†e sostenuta dal rispetto della legalit√†. Questo potrebbe essere tra le cause che favoriscono il clima di¬†pregiudizio che accoglie qualsiasi disamina della situazione nel territorio palestinese che Israele¬†occupa militarmente e colonizza dal 1967. Il secondo punto di riflessione che vorrei sollevare √® il¬†razzismo antipalestinese, che √® un sotto-capitolo dell‚Äôislamofobia diffusasi dopo l‚Äô11 settembre¬†e che silenzia, esclude, cancella, stereotipa, diffama o deumanizza i palestinesi o le loro narrazioni¬†(in quanto palestinesi e per tanto viste come ‚Äėanti-israeliane‚Äô). Tale forma di razzismo ha cambiato¬†la percezione dell‚Äôingiustizia che vive il popolo palestinese. Mentre 40 anni fa ai palestinesi, anche¬†quando compivano atti che potevano ammontare a crimini internazionali, veniva riconosciuto il¬†diritto alla resistenza come movimento di liberazione nazionale, oggi si trovano in una situazione¬†diametralmente opposta. Prendo a esempio il caso dell‚Äôorganizzazione non governativa Al Haq,¬†operativa da vari decenni nel campo dei diritti umani e riconosciuta dal Consiglio economico e¬†sociale dell‚ÄôONU, oggi accusata da Israele, assieme ad altre organizzazioni per i diritti umani, di¬†‚Äėterrorismo‚Äô. Quest‚Äôaccusa √® stata acriticamente estesa dalla stampa e da alcuni politici¬†italiani anche al suo direttore generale, Shawan Jabarin, in occasione di una sua audizione presso il¬†nostro Parlamento. Jabarin, √® un‚Äôicona della difesa dei diritti umani e della giustizia per i¬†palestinesi, per anni perseguitato con detenzioni giudicate arbitrarie e illegali dalle Nazioni Unite.

Sulla base di cosa, se non ignoranza e mancanza di senso della misura, gli sono state mosse simili¬†accuse? In quell‚Äôoccasione mi sono personalmente vergognata dei miei connazionali. Il fatto che¬†questa vicenda ‚Äďcome tante altre‚Äď non si narri, non si discuta, e non si chiarisca il motivo¬†dell‚Äôaccusa infondata, ma si lasci percepire quest‚Äôultima come vera, rientra in una forma di¬†manipolazione dell‚Äôinformazione, di violenza epistemologica, di razzismo antipalestinese. Su¬†questo tema, connesso alla strumentalizzazione delle accuse di antisemitismo, ho intenzione di¬†scrivere un rapporto durante il mio mandato.

 

In base a quanto previsto dal suo incarico circa il ‚Äúfornire consulenze sulla cooperazione¬†tecnica‚Ķ‚ÄĚ quali suggerimenti darebbe al nostro Paese, oltre che alle Nazioni Unite, per¬†fermare questa deriva criminosa che vede il popolo palestinese vittima di un‚Äôingiustizia¬†legalizzata e per costringere Israele a entrare nell‚Äôalveo della legalit√† internazionale che fino¬†ad oggi ha sempre calpestato?

 

Credo che sia necessaria un‚Äôopera di ricognizione per capire cosa stia effettivamente succedendo¬†nel territorio palestinese occupato. Questo richiede un atto di grande onest√† intellettuale e di ritorno¬†al dettato del diritto internazionale, spesso dismesso in nome ‚Äúdell‚Äôamicizia con lo Stato d‚ÄôIsraele‚ÄĚ.

Bisogna prendere coscienza del fatto che le pratiche d’Israele sono largamente in violazione del diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra e contro l’umanità.

Credo che l’Italia abbia l’obbligo di muoversi nel rispetto della legalità internazionale senza doppi standard. Non si può pensare di aiutare il popolo palestinese solo attraverso l’azione umanitaria, perché il problema è politico e investe lo stesso ruolo dell’Onu, che viene svilita dinanzi alle azioni illegali di Israele e alla sua impunità. Bisogna riportare Israele nell’alveo della legalità, per cui è necessario riconoscere che lo Stato di Israele viola il diritto internazionale da decenni, non conformandosi a regole minime che la comunità internazionale si è data per garantire pace e stabilità. Quindi vanno prese le misure necessarie, offerte dalla Carta delle Nazioni Unite, anche di natura coercitiva, come misure diplomatiche politiche ed economiche, per ricondurre Israele al rispetto della legalità internazionale. D’altro canto ciò è stato fatto nei confronti della Russia quando ha aggredito l’Ucraina. Non si spiega perché a Israele non venga imposto lo stesso trattamento vista l’occupazione che mantiene da 56 anni, equiparabile anch’essa ad un’aggressione.

E insisto su questo, bisogna abbandonare l’ottica del conflitto perché non si tratta di una guerra tra due Stati ma di un’occupazione illegale da parte di uno Stato che vuole colonizzare terre e risorse di un altro.

Non si pu√≤ assecondare un regime che si √® evoluto in forma di apartheid, retto dall‚Äôidea di¬†mantenere una demografia sbilanciata a favore della parte ebraica della popolazione presente tra il¬†Mediterraneo ed il fiume Giordano. L‚Äôapartheid √® una conseguenza naturale, un elemento¬†connaturato al dominio che Israele mantiene illegalmente sul territorio occupato impedendo la¬†realizzazione del diritto all‚Äôautodeterminazione del popolo sotto occupazione. Quindi, a coloro che¬†nei vari parlamenti, oltre che in Italia, coprono la realt√† seguitando a parlare di due Stati per due¬†popoli suggerirei di riflettere sulla viabilit√† di uno Stato che √® completamente assoggettato e¬†controllato da un altro. Oggi lo Stato palestinese appare come un arcipelago di zone al pi√Ļ con¬†un‚Äôautonomia ridotta o controllata. Ritengo che sia urgente chiedere la fine dell‚Äôoccupazione come¬†conditio sine qua non per qualsiasi negoziato, perch√© non si pu√≤ imporre al popolo colonizzato di¬†negoziare le condizioni della propria liberazione col popolo colonizzante che, peraltro, non ha¬†alcuna intenzione di frenare le proprie ambizioni di conquista territoriale.

 

Movimenti come il BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, ndr) avversato fino a essere impropriamente considerato una forma di antisemitismo, possono dare una spinta verso il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese?

 

Il BDS è un movimento iniziato da palestinesi che investe oggi la società civile globale, e che chiede l’applicazione del diritto internazionale, senza eccezioni e senza doppi standard. Che vi si aderisca o meno, che lo si sostenga o meno, non può essere condannato come antisemita solo perché’ rivendica il rispetto della legalità internazionale da parte dello Stato di Israele. Il BDS insiste su una questione validissima: le colonie sono un crimine di guerra. Nessuno stato dovrebbe commerciare con le colonie, indipendentemente dal movimento BDS.

 

Gli accordi di Oslo, o meglio l’inganno di Oslo, ha favorito l’avanzamento del progetto israeliano creando vincoli all’Autorità nazionale palestinese che tuttora sussistono?

 

Gli accordi di Oslo non possono interpretarsi come validi se in violazione del diritto internazionale. Il diritto all’autodeterminazione è una norma perentoria del diritto internazionale (inviolabile) e che impone obblighi positivi per ogni stato membro della comunità internazionale.

Quindi bisogna interrogarsi sulla validità di un accordo che dopo 30 anni dimostri la sua inefficacia di fronte a questa norma inderogabile.

 

I movimenti anti Netanyahu degli ultimi mesi, che rivendicano il rispetto della democrazia¬†(ma ai quali partecipano anche elementi come Tzipi Livni che ricordiamo per il massacro di¬†‚Äúpiombo fuso‚ÄĚ) possono incidere sulla situazione palestinese o rientrano in un quadro¬†esclusivamente interno a Israele?

 

No, io penso che quella sia proprio la cartina al tornasole del suprematismo israeliano nel senso che sembrano essere in pochi a chiedersi dove siano e come vivano i palestinesi. Se la democrazia, come democrazia sostanziale, si evince da come si trattano le minoranze, non possiamo che trarre da questo un’unica conclusione. Sia i palestinesi con cittadinanza israeliana, ma soprattutto i palestinesi da 56 anni sotto occupazione militare in Cisgiordania, Gerusalemme e Gaza, sono invisibili all’occhio dell’israeliano medio (non dei pochissimi che hanno chiaro il problema e che sono da sempre invisi ai governi israeliani). Il dialogo con gli Israeliani è necessario per quanto anche loro siano intrappolati dal sistema coloniale. Ne sono anche loro inconsapevolmente vittime, ma chiaramente, con una responsabilità, sofferenza ed una capacità di influenzare il cambiamento, completamente diverse. Quindi la mia risposta è che i movimenti di piazza "anti-Netanyahu" non incidono per ora sulla questione palestinese. E, qualunque cosa accada, verso Israele seguita ad esserci un atteggiamento di totale laisser faire laisser passer che lo abilita, che addirittura lo coadiuva nelle violazioni che commette in totale impunità

 

La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato e, a proposito di laisser faire laisser passer, le faccio un’ultima domanda e cioè, secondo lei, questa complicità si può davvero attribuire, almeno in parte, al senso di colpa dell’Europa per la terribile tragedia della Shoah?

 

Forse, in parte. Ma se fosse vero non si spiegherebbe l’antisemitismo che ancora oggi vergognosamente esiste in Europa, assieme ad altre forme di razzismo e xenofobia.

Credo che siano per√≤ soprattutto interessi politici, economici e commerciali ad influenzare le scelte¬†dei nostri paesi, tristemente a danno dei palestinesi. A testimonianza di questo, vorrei ricordare che¬†gi√† nel 1986 Joe Biden, l‚Äôattuale Presidente degli Stati Uniti, disse ‚ÄúSe non ci fosse uno Stato¬†d‚ÄôIsraele, gli Stati Uniti avrebbero dovuto inventarlo per proteggere i nostri interessi nella¬†regione‚ÄĚ.

In conclusione possiamo dire che c’è un grande lavoro da fare, e tutto in salita. E non solo per la Palestina.